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OMEGNA- 12.01.2017- Solo l’esame del Dna,

per il cui esito bisognerà attendere ancora un po’, potrà mettere davvero la parola fine alla vicenda del mincar Sulky rosso, recuperato nelle acque del lago d’Orta la scorsa domenica 8 gennaio, da parte dei sommozzatori dei vigili del fuoco di Torino. Dalla tenenza dei carabinieri di Verbania coordinata dal sostituto procuratore Sveva De Liguoro e del procuratore capo Olimpia Bossi, che durante tutta la domenica hanno coordinato le operazioni di recupero al fianco dei colleghi della stazione di Omegna ed ai vigili del Fuoco di Omegna, è stato confermato che il reparto dei Ris (Reparto di investigazioni scientifiche) analizzerà i resti ossei rinvenuti all’interno del mezzo per poi compararli con il Dna delle famiglie Genduso e Musto.  Quest’ultime, chiamate a prendere visione degli effetti personali ritrovati nella carcassa del Sulky, avrebbero confermato l’appartenenza a Luciano Genduso e Donato Musto, partiti il 28 gennaio del 1987 per Novara a bordo del mezzo che, purtroppo, non li riportò più a casa vivi. Si tratta di una precauzione in più che le forze dell’ordine ritengono di effettuare per completare le indagini. A distanza di 30 anni esatti la casuale immersione di tre subacquei di Verbania ha riportato alla luce un caso irrisolto che il lago avrebbe continuato a custodire forse per sempre. I dati relativi alla targa inizialmente avevano condotto i carabinieri ad individuare nel proprietario un gozzanese, deceduto da anni. Ma un ulteriore controllo aveva poi accertato che il mezzo appartenesse a Genduso. (l.p.) 

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